Rousseau, Draghi e il potere di chi fa le domande

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Photo by Erika Giraud on Unsplash

Il quesito con cui il M5S sta chiedendo agli iscritti a Rousseau se siano d’accordo con l’ingresso nel governo Draghi è una grande occasione per ragionare del potere di chi fa design dell’informazione e anche per parlare di economia comportamentale.

(quanta grazia, direte voi).

Parto dal quesito su cui oggi si voterà dalle 10 alle 18:

Il quesito contiene volutamente tre elementi di distorsione:

1. Il ‘super-Ministero della Transizione ecologica’ è qualcosa di cui Draghi non ha (ancora) parlato e non è detto che sia affidato al M5S. Entrambe le cose sono possibili, ma è corretto porre un quesito su un dato certo — l’ingresso in un governo larghissimo — a partire da un’ipotesi?

2. Il Governo dovrebbe ‘difendere’ i principali risultati raggiunti dal MoVimento. Quali sono questi risultati da difendere? Perché non scriverli? Perché, penso io, il M5S non può garantire niente di tutto questo dato che per l’appunto potrebbe entrare in un governo molto largo, oltre al fatto che non si sa nulla di ufficiale del programma di Draghi. E infatti si parla di ‘difesa’, un concetto estremamente generico. Non sempre una buona difesa è sufficiente a evitare che certe cose accadano, il gioco del calcio insegna. Non è stato specificato, inoltre, cosa accadrebbe se le difese non dovessero bastare. Esempio: se Draghi proponesse l’abolizione del reddito di cittadinanza, il M5S uscirebbe dalla maggioranza? E se a un certo punto (non subito, magari fra qualche mese) l’europeista Draghi proponesse di usare il MES? Non è dato saperlo.

3. L’elemento più distorsivo è proprio nella frase finale: siamo in una democrazia parlamentare, dunque sono le forze politiche a sostenere il Presidente del Consiglio (incaricato) e non è quest’ultimo a scegliersi le forze politiche da cui farsi sostenere, a meno che non ponga esplicitamente veti all’origine, cosa che non mi pare sia accaduta né che sia nelle intenzioni del capo dello Stato. Qui il M5S prova a far digerire il fatto che, in caso di vittoria del sì, si andrà al governo con leader che per anni ha osteggiato. E prova a scaricare la responsabilità dell’accaduto su Draghi, quando in realtà sarebbe una propria decisione, pienamente autonoma.

Torno al punto di partenza.

In questo caso un passaggio politico di primaria importanza per il futuro del paese (comunque la si pensi) può essere deliberatamente ‘indirizzato’ (per usare un eufemismo) dalla formulazione specifica di una domanda.

Nulla avrebbe impedito di porre il quesito in altre modalità altrettanto fattuali (anzi, forse persino più fattuali di quella scelta). Ne cito due ma si potrebbe proseguire all’infinito:

1. Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo sostenuto dal PD, Italia Viva, +Europa/Azione, Forza Italia e Lega, guidato da Mario Draghi?

2. Sei d’accordo che il MoVimento rinunci ad anni di battaglie nei confronti di forze politiche, per rispondere alla sollecitazione del presidente Mattarella?

Il progettista di quella domanda ha dunque deliberatamente costruito un universo di riferimento esaltando alcuni elementi a discapito di altri, con l’obiettivo di orientarne la risposta.

Provo ad argomentare:

1. Il potere di chi progetta le strutture informative è potenzialmente gigantesco: il modo in cui sono poste le domande in un sondaggio (i cui risultati vanno poi in tv, indirizzando a loro volta il dibattito pubblico), o in un formulario medico, o durante un colloquio di lavoro, o quando stiamo per effettuare un processo di acquisto (e così via) può influenzare il comportamento dei destinatari in modi di cui i destinatari stessi non sono sempre coscienti;

2. In pochi sarebbero disponibili (a cuor leggero) ad ammettere candidamente che il modo in cui viene posta una domanda potrebbe portare a risposte differenti da parte loro. Gli esseri umani ritengono di essere animali perfettamente raziocinanti e di essere capaci di prendere decisioni razionali, basate sui propri pensieri più autentici, soprattutto su temi di natura economica o etico/valoriale. Il punto è che non è vero. Daniel Kanheman ha dimostrato anni fa (e ha vinto un premio Nobel per l’Economia per questo. Primo e unico psicologo a esserci riuscito) che il 98% delle decisioni prese dagli esseri umani non sono basate sulla componente razionale del nostro sistema cognitivo, e che questa distribuzione è identica in tutto il mondo, a prescindere da età, cultura di riferimento, livello di istruzione o condizione socio-economica. Tutti noi, io in primis che sto scrivendo questo post, prendo 98 decisioni su 100 convinto che le motivazioni delle mie decisioni siano del tutto razionali o nel mio pieno controllo, ma non è così. Per esempio ho appena mangiato entrambi i dolci contenuti nel kit di Trenitalia (scrivo questo post sul Bari-Roma delle 7 del mattino) pur non avendo esattamente fame, pur avendo preso peso e pur sapendo che togliere peso dalla colonna vertebrale è indispensabile per il mio recupero. Eppure li ho mangiati. Non solo: pur avendo scritto pubblicamente che si trattava di un comportamento irrazionale, lo rifarei.

È da quando ho iniziato a fare questo lavoro che sento parlare del potere della comunicazione. Non smetterò di ripetere che questo potere esiste, ma è molto romanzato. Piuttosto: questa piccola storia politica di oggi mi ricorda l’importanza di tenere gli occhi aperti sul grande potere dell’informazione, ben superiore rispetto a quello della comunicazione. Sul potere di chi la progetta. Di chi sceglie come orientare i dati a propria disposizione, su quali sono i suoi reali obiettivi. Come tutte le forme di potere, può essere usato per migliorare il mondo, per renderlo più comprensibile o più semplice. oppure per manipolare l’opinione pubblica. O in alcune circostanze, per entrambi gli obiettivi allo stesso tempo.

Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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