Perché la vittoria di Jacinda Ardern in Nuova Zelanda è interessante anche per l’Italia

Ha funzionato il modello opposto rispetto a ciò a cui siamo abituati nel nostro paese: niente toni urlati e radicalità nella proposta politica.

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Jacinda Ardern, rieletta prima ministra in Nuova Zelanda (Hannah Peters–Getty Images)

Perché interessarsi alle elezioni politiche in Nuova Zelanda, un paese così lontano da noi e con “soli” cinque milioni di abitanti?

Ci sono un sacco di motivi, in verità.
In primo luogo, la storia è interessante per le modalità con cui si è arrivati a questo risultato.

Jacinda Ardern è la prima premier della storia del suo paese che non avrà bisogno di una coalizione per governare. Ha vinto infatti col 49.7% dei consensi, e in Nuova Zelanda c’è una legge elettorale iper-proporzionale. Solo con una percentuale del genere si può ottenere un risultato simile in termini politici.

Questo successo non è solo merito della sua comunicazione, la cui efficacia ha fatto il giro del mondo, ma è dovuto soprattutto alla sua capacità di gestire i momenti più complicati della sua presidenza.

Dopo la strage suprematista e islamofoba di Christchurch, Ardern decise di manifestare la sua vicinanza alla comunità musulmana coprendosi il capo. Immaginate le reazioni per una cosa del genere in Italia.

La gestione del Covid-19 è stata eccellente: meno di 20 morti, contagi ridottissimi da aprile a oggi. Qualcuno potrebbe dire che gestire una pandemia quando si governa un’isola è più semplice: basta fare un respiro profondo e pensare al Regno Unito per scoprire che non è del tutto vero.

Della biografia di Jacinda si è già detto molto: la più giovane premier della storia, quando fu eletta per la prima volta (ora è Sanna Marin, prima ministra finlandese, a essere la più giovane), la seconda premier nella storia a partorire durante il suo mandato. E la biografia, nella politica contemporanea, paga, soprattutto quando è coerente col messaggio.

Un messaggio che è sempre stato legato al senso di comunità di una nazione: durante il Covid ha parlato più volte della Nuova Zelanda come “una squadra da cinque milioni di persone”.

È vero, la Nuova Zelanda è lontana. È vero: governare una nazione da cinque milioni di persone è forse meno complicato rispetto a guidare gli Stati Uniti. È vero: lo stile di governo di Jacinda Ardern può essere considerato più come un modello che come un mix di regole che funziona di certo in ogni parte del mondo.

Ma è un modello che funziona, e funziona facendo il contrario rispetto a ciò a cui siamo abituati in Italia: niente toni urlati e radicalità nella proposta politica.

Insieme al voto sulle politiche i neozelandesi sono stati chiamati, lo stesso giorno, a esprimere la propria preferenza su temi come l’eutanasia e la legalizzazione della cannabis in altrettanti referendum i cui risultati saranno resi noti a fine mese: due argomenti su cui da noi si discute oramai da decenni, e sempre col terrore di disturbare qualcuno.

Ardern non ha fatto calcoli sui ‘moderati’ o su qualcuno che si sarebbe potuto spaventare. Ha fatto ciò che riteneva fosse giusto fare: ascoltare i cittadini su temi così importanti.

Risultato: 49.7% dei voti.
Let’s keep moving, Jacinda.

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Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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