L’emergenza “fake news” potrebbe essere una fake news

Una ricerca di aprile 2020, realizzata da un team multidisciplinare, dimostra che l’esposizione dei cittadini americani alla disinformazione online è del tutto marginale (l’1% al massimo). Le questioni aperte, comunque, non mancano.

Da qualche anno da questa parte — per semplificare, da quando Donald Trump ha vinto le elezioni americane nel 2016 — è iniziata una lunga, costante, approfondita “campagna contro le fake news”. La tesi implicita, mai realmente dimostrata, è che Trump abbia vinto prima di tutto grazie all’utilizzo massiccio di meccanismi di disinformazione, in particolare sui media digitali. Un lavoro pubblicato su ScienceMag qualche mese fa mette questa asserzione a dura prova, pur lasciando interrogativi (a mio avviso molto più pressanti) sul ruolo della disinformazione — dei media come della politica — sui mezzi tradizionali, a partire dalla televisione.

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Photo by Florian Weichelt on Unsplash

Metodologia

Il gruppo di ricerca che ha lavorato sul paper sintetizzato in questo post (titolo originale: “Evaluating the fake news problem at the scale of the information ecosystem”) ha utilizzato un campione misto: il panel Nielsen dei telespettatori di programmi nazionali negli Stati Uniti (circa centomila persone), un sottoinsieme dello stesso panel “esposto” a programmi televisivi sui media locali (circa cinquantamila persone), un altro panel di Nielsen relativo all’esposizione ai principali siti, piattaforme e portali digitali americani, basandosi sulla classificazione di ComScore (in questo caso l’ampiezza del campione ha oscillato tra le sessantamila e le novantamila unità nel corso della ricerca).

Lo scopo di questo campionamento misto era duplice: ponderare l’effettivo tempo di esposizione dei cittadini americani ai vari mezzi di comunicazione; verificare dove, e con quale intensità, hanno interagito con contenuti che disinformano o misinformano (per una tassonomia utile a comprendere cosa voglia dire parlare di ‘fake news’, rimando alla guida di Valigia Blu sull’argomento).

La ricerca ha coperto un arco temporale che va dal 2016 al 2018.

L’esposizione ai media in termini quantitativi

I dati più rilevanti in sintesi:

  • gli americani dedicano circa sette ore e mezza al giorno (460 minuti, per la precisione) alla cosiddetta ‘media consumption’, che comprende il guardare la tv, i servizi di streaming, i videogiochi, l’utilizzo dei social media o la navigazione su Internet sia da computer sia da dispositivi mobili. Questo dato risulta abbastanza stabile nel tempo, con picchi verso il basso durante l’estate e picchi verso l’alto legati agli appuntamenti principali delle ultime (prima del 3 novembre) elezioni presidenziali americane, a cavallo tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017;
  • come largamente atteso, gli under 25 accedono alla tv “classica” in misura minore rispetto al resto del campione e invece utilizzano gli strumenti digitali in misura superiore;
  • meno intuitivo: gli under 25 hanno una percentuale di esposizione ai media che è inferiore del 30% rispetto al resto del campione;
  • 400 su 460 minuti del consumo mediatico giornaliero (l’86% del totale) NON riguarda i contenuti espressamente informativi. I social media dominano la “classifica” dei mezzi a cui si è fatto maggiore accesso.
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Consumi mediali (complessivi e relativi alla tv) negli Stati Uniti tra il 2016 e il 2018
  • L’accesso alle notizie avviene prevalentemente attraverso il mezzo televisivo: 54 minuti al giorno in media, contro i 9.7 minuti dell’online (aggregando accesso da desktop e da mobile);
  • Il 44% del campione non dedica neanche un secondo all’informazione online e un altro 30% non dedica più di trenta secondi al giorno.

Il ruolo delle fake news nella dieta mediatica degli americani

Fake news consumption is a negligible fraction of Americans’ daily information diet (dal testo originale del paper)

  • In nessun campione, e in tutte le fasce d’età si raggiunge il minuto giornaliero di esposizione a fake news;
  • L’esposizione a fake news è intorno all’1% del tempo dedicato dagli americani ai contenuti prettamente informativi, online e offline. La percentuale scende allo 0.2% se consideriamo il tempo totale di interazione con i media;
  • Meno del 2% del campione ha dedicato più tempo all’interazione con fake news rispetto a quelle provenienti dai “circuiti tradizionali”. La percentuale scende allo 0.7% tra chi dedica almeno un minuto al giorno in media a informarsi.
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Accesso ai contenuti informativi online e offline negli Stati Uniti (2016–2018), e impatto delle fake news in termini di minutaggio.

Conclusioni

“We note that according to Google Scholar at the time of final submission, 2210 English language publications with “fake news” in the title had appeared since January 2017, compared with just 73 in all the years leading up to and including 2016. Not only has interest in fake news clearly exploded in the past 2 years, but it has also far outstripped attention to TV news: A comparable count yielded just 329 articles published since 2017 containing either “television news” or “TV news” in their titles.” (dal testo originale del paper)

  • Al momento, nella letteratura accademica (e anche sui mezzi di informazione che si occupano dell’argomento) esiste una sproporzione nell’interesse per i meccanismi di informazione e di disinformazione online rispetto a ciò che accade sui media tradizionali. La sproporzione non appare giustificata dai reali dati di consumo mediatico informativo dei cittadini americani;
  • Dati alla mano, l’impatto delle fake news (online) sui consumi mediali dei cittadinə americani è assolutamente marginale e non giustifica in nessun modo i toni allarmistici con cui si è affrontato l’argomento in questi anni.

Le questioni ancora aperte

1. Se da un lato è relativamente semplice isolare le fonti informative digitali che distribuiscono deliberatamente fake news, questo lavoro non è altrettanto agevole per quanto riguarda i media mainstream, online e offline. In questa ricerca i media tradizionali sono stati considerati ‘neutri’ rispetto alla produzione di fake news, nell’accezione per cui quei mezzi di comunicazione non sono “nati” per disinformare. Allo stesso tempo questa asserzione, pur essendo comprensibile dal punto di vista metodologico, appare fragile dal punto di vista pratico: basterebbe leggere a campione le prime pagine dei quotidiani italiani (o le notizie dei telegiornali) nel corso di un anno solare per imbattersi in notizie false, non verificate o successivamente smentite in misura percentuale probabilmente superiore al fatidico 1% isolato dai ricercatori che hanno scritto questo paper (sarebbe interessante verificare questa ipotesi, magari pecco di eccesso di sfiducia nei media);

2. Cosa fare se i media mainstream fanno della disinformazione un tratto della propria linea editoriale? (basti pensare a Fox News negli Stati Uniti). Leggendo il paper per quello che è, sembrerebbe che Fox News non abbia mai prodotto una fake news tra il 2016 e il 2018: un’ipotesi francamente implausibile.

3. Perché il mondo accademico internazionale — e i media in generale — sta dedicando così tanto tempo alle fake news, con una particolare attenzione a quelle prodotte in ambienti digitali? Si tratta di una maggiore semplicità metodologica, di una sottovalutazione del peso che ancora oggi la televisione ha nel definire la dieta informativa dei cittadini, si è deciso di seguire una “moda” nel campo della ricerca o è piuttosto il più classico caso di profezia che si autoavvera?

Written by

Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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