La rottura del “contratto d’acquisto” tra città e cittadini

Le città avevano chiesto il (migliore) tempo delle persone in cambio della promessa di un’alta qualità della vita: perché questo scambio non funziona più — e perché, forse, non è un dramma.

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Photo by Christian Fregnan on Unsplash

Questo post è un commento a una pubblicazione molto interessante a cura di Davide Agazzi, Stefano Daelli e Matteo Brambilla che trovate sul sito www.cittadalfuturo.com e che si prefigge il compito di valutare perché le metropoli stanno vivendo la crisi di senso in cui sono immerse da mesi (è di ieri la notizia delle trecentomila famiglie che hanno deciso di lasciare New York per cercare fortuna, e costi più bassi, altrove) e, di conseguenza, di individuare soluzioni per evitare che le grandi città perdano la loro centralità. Mi sono confrontato con Davide via mail sui contenuti di questa pubblicazione e ho deciso, proprio su stimolo di Davide, di condividere qui le mie considerazioni per provare a proseguire la discussione e per immettere idee (nuove o vecchie, importa poco) nel circuito.

Le principali tesi degli autori

  1. Il “contratto di utilizzo” delle città da parte di chi sottoscriveva questo tipo di accordo è saltato nelle sue condizioni principali: gli affitti erano spesso insostenibili già prima della pandemia, le reti sociali di qualità si sono sfaldate a causa dello smartworking diffuso; le occasioni di lavoro non possono che ridursi in un paese che chiuderà il 2020 con un calo del PIL superiore al 10%, in un contesto generale in cui, almeno nei paesi a noi vicini dal punto di vista geografico e culturale, non c’è una situazione molto più promettente rispetto alla nostra.
  2. I principali coltivatori di questo modello di scambio tra città e cittadini sono stati sindaci di estrazione politica (o partitica) progressista: De Blasio a New York, Hidalgo a Parigi, Khan a Londra, Sala a Milano solo per citare quattro casi semplici semplici.

Il documento di Agazzi, Daelli e Brambilla provano a sciogliere questi nodi individuando una serie di archetipi di possibili cittadini che, in passato o nel prossimo futuro, potrebbero essere attratti dal “contratto sociale” offerto dalle metropoli e una possibile differenziazione, anche solo sfumata, tra modelli di città diverse, che potrebbero resistere all’implosione in corso: 1. La città acropoli, una sorta di modello elitario sin dal principio, “fatta” per i ricchi e abitata da ricchi; 2. La città irregolare, che non promette stabilità ma offre l’esatto contrario, ossia la possibilità di modificare sempre le gerarchie, e che offre dunque un’opportunità a tutti e in qualsiasi momento; 3. La città leggera, meno impegnativa delle attuali metropoli dal punto di vista identitario (una sorta di grande hub di servizi ‘on demand’; 4. La città contrada, in cui i quartieri conquistano centralità e potere, “sfidandosi” tra loro e diluendo così l’immagine di città-Stato che spesso accompagna le grandi metropoli contemporanee.

Le mie osservazioni

Written by

Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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