Gli elettori chiedono meno contenuti politici sui social media

Due dati dicono con forza: i (comunicatori) politici stanno esagerando

1. Come definiresti la pubblicità di contenuti politici sui social media?

Image for post
Image for post

Questa è la domanda centrale di una ricerca condotta da Magnite e rilanciata da EMarketer sulla platea americana. La risposta lascia poco spazio a interpretazioni: gli aggettivi associati alla pubblicità politica sono negativi per più del 70% degli utenti; per quasi la metà dei rispondenti le inserzioni sono “inaffidabili”.

2. Qual è il tuo atteggiamento nei confronti dei contenuti politici sui social media?

Una ricerca di CivicScience, anch’essa ripresa da EMarketer, ha indagato la questione nel corso del tempo, e anche in questo caso i dati sono incontrovertibili.

Image for post
Image for post

Solo il 5% degli utenti americani gradisce contenuti politici, e quasi sei utenti su dieci ne farebbero del tutto a meno.

3. Qual è lo stato dell’arte?

Questa è la domanda che voglio provare a portare all’attenzione, perché mi pare evidente la distanza siderale tra le richieste degli elettori/utenti, cioè le persone a cui i messaggi politici sono rivolti, nella speranza di convincerli a votare/sostenere il partito per cui si milita o si lavora) e il comportamento dei (comunicatori) politici. Basta andare a contare, a campione, il numero di post prodotti dai principali leader politici nazionali o dalle pagine dei partiti di cui fanno parte: la produzione di contenuti politici è numericamente assai superiore alla media di ciò che ciascun utente è in grado di produrre. Quindi, per certi versi, questa scelta porta con sé un tasso di artificiosità e di scarsa fiducia: dici di essere come me, ma non sei come me, a partire dal bombardamento di post a cui mi sottoponi.

A questo elemento tecnico ne vanno aggiunti altri due che oserei definire strumentali:

Quindi, in sintesi: mittenti screditati, che rappresentano istituzioni screditate, usano i social media in modo completamente diverso rispetto agli utenti, rendendosi ancora meno credibili.

Come se ne esce? Provando a spezzare il circolo vizioso. La politica dovrà probabilmente lavorare sulle prime due leve attraverso l’accountability; la comunicazione potrebbe contribuire a modificare per il meglio la terza, cercando di non utilizzare i social media come un contenitore di tutto ciò che viene prodotto ma come uno strumento che, insieme a tutti gli altri, può contribuire a costruire i propri frame, a fare appelli al voto, a chiedere denaro o qualsiasi altra cosa. Certamente i social media non possono diventare, però, una specie di tv personale. Può funzionare nel breve; nel lungo porta ai risultati sistemici che ho condiviso poco fa.

“E l’engagement?”, è certamente l’obiezione principale che viene mossa quando provo a esporre questa tesi. Perché bisognerebbe rinunciare ai numeri, spesso molto grandi, generati dai post politici, ancor più se gli altri decidono di non farlo?

La tesi è suggestiva, ma non è ancora stata dimostrata una correlazione diretta tra l’engagement dei post sui social media e il successo elettorale. Capita certamente che vinca il più popolare online; ma tante altre volte è accaduto il contrario.

A Bari, nella mia città, c’è un detto popolare: “parle picche e parl bune” (credo che la traduzione sia superflua).

È probabilmente ciò che i cittadini chiedono alla politica: non smettere di comunicare, ma farlo solo quando serve davvero. Esattamente come lo chiederemmo al migliore dei nostri amici.

Written by

Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store