Fare impresa vuol dire partire dagli esseri umani e dai loro bisogni. I soldi vengono dopo

I dati di una ricerca GlobalWebIndex sottolineano ciò che già si sa ma che troppo spesso si fa finta di non considerare: i consumatori sono prima di tutto persone, poi (eventualmente) portafogli.

Da qualche tempo ho la sensazione, in verità piuttosto spiacevole, che — contrariamente a ciò che a intervalli regolari si sostiene- non siano le idee a mancare nel dibattito pubblico, quanto la loro effettiva realizzazione.

Molti problemi (a partire dal perché il capitalismo per come lo conosciamo non funziona più, a meno che non si voglia considerare fisiologico un sistema economico che produce e non attenua le diseguaglianze sociali e che ha portato e sta portando forme diffuse di stress psico/fisico nella popolazione) a mio avviso sono stati analizzati, affrontati e sono disponibili anche le soluzioni.

Una ricerca di Global Web Index (GWI) sui trend di consumo per il 2021, pubblicata a inizio anno, ha ulteriormente rafforzato questa sensazione in me. Le tabelle che condividerò fra pochissimo potrebbero generare in voi l’effetto “grazie al cazzo”: sono dati prevedibili, persino banali.

Il punto è: perché non si fanno le cose banali?

La realtà è che le cose si potrebbero fare diversamente adottando un piccolo accorgimento: pensare agli interlocutori come esseri umani e non solo come ‘portatori di interessi’, ‘carte di credito’, ‘consumatori’.

1. Cosa dovrebbero fare le aziende in questo momento? Fare ciò che farebbe chiunque altrə: sostenere le comunità durante il Covid e guidare la transizione ecologica. (chi lo avrebbe mai detto)

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2. Come si fa a perdere un cliente? Trattandolo male. (chi lo avrebbe mai detto)

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3. Come si fa a valorizzare un proprio collaboratore? Mettendolo al centro del progetto d’impresa e prendendosi cura della propria salute. (chi lo avrebbe mai detto)

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Stavo pensando da un mese a questo post, volevo scrivere un pippone, ma poi ho rivisto le tabelle e ho pensato che in fondo non c’è davvero altro da aggiungere.

Chi lo avrebbe mai detto: le aziende che si preoccupano per il Covid nelle loro procedure e nel loro orientamento al mondo, che introducono principi solidi di sostenibilità ambientale, che non trattano male i propri interlocutori e che valorizzano i propri dipendenti sono più apprezzate dall’opinione pubblica. Assolute banalità, sono d’accordo se lo state pensando.

Eppure basta fare mente locale: quante aziende stanno continuando a ignorare o comunque a sottostimare l’impatto della pandemia sia in termini sanitari sia socio-economici? In quanti trattano male i clienti, fanno mancare loro l’assistenza, promettono ciò che non possono mantenere? Quanti datori di lavoro si preoccupano delle vite (anche quelle fuori dall’ufficio, che sono più importanti di quelle che si sviluppano all’interno, fino a prova contraria) dei loro dipendenti? Troppo poche, rispetto all’assoluta evidenza e banalità dei dati che ho pubblicato.

Si può gestire il rapporto tra capi e dipendenti, in linea di massima, in due grandi modi: ancora una volta, intendendo la relazione con il proprio interlocutore come quella tra una persona e l’altra persona, oppure nella modalità “io sono il capo, questo è il contratto, questo è lo stipendio, adesso fai quello che dico io”.

I dati urlano che la prima modalità funziona, la seconda no. Se le cose non dovessero cambiare non è perché manca la consapevolezza, ma perché manca la voglia di cambiare. Ma almeno, in questo secondo caso, potremo smetterla di raccontarci favole o di dire che mancano le idee. È proprio vero il contrario: è che si è allergici alle idee.

Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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