Cosa dovrebbe fare chi è all’opposizione, in questo momento? Niente

I dati dei sondaggi in Italia e negli Stati Uniti sembrano indicare che l’attacco a chi governa nel pieno di un’emergenza non paga.

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Foto di Gaertringen da Pixabay

Italia, domenica 3 maggio 2020. Demos pubblica l’aggiornamento mensile delle proprie ricerche per Repubblica. La Lega resta primo partito ma perde 2.2 punti percentuali in un mese. Le forze di Governo più allineate (almeno formalmente) al premier Conte guadagnano in tutto 2.5 punti (Partito Democratico: +0.8%, M5S +1.7%) mentre il componente più riottoso della maggioranza, Italia Viva, perde oltre un punto, scendendo al 2.2%. Matteo Salvini e Giorgia Meloni perdono rispettivamente 9 e 12 punti percentuali nel tasso di fiducia personale; Luca Zaia, esponente della Lega come Salvini ma allo stesso tempo presidente del Veneto e dunque ‘al governo’, ne guadagna altri tre e supera il 50%.

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Dal sondaggio Demos, pubblicato a inizio maggio da Repubblica

Stati Uniti, 26 aprile 2020. Un articolo della CNN riprende un sondaggio di Fox News che dice che Joe Biden è avanti di otto punti nei sondaggi rispetto a Donald Trump nello Stato del Michigan e che è molto avanti anche in Pennsylvania e Florida. I tre Stati furono decisivi, quattro anni fa, per il successo di Trump.

Biden è stato criticato da alcuni esponenti democratici per la sua incapacità di incidere sull’agenda mediatica, completamente occupata da Trump e dalle sue uscite sul Coronavirus. Il presidente degli Stati Uniti è nove volte più presente sui media rispetto al suo (quasi certo) avversario nella corsa alla Casa Bianca.

Due storie, due nazioni diverse tra loro, un unico gigantesco tema di discussione su scala globale e una possibile chiave di lettura di quello che sta accadendo.

1. Chi governa ha un vantaggio.

L’effetto ‘rally around the flag’, cioè la tendenza delle opinioni pubbliche a compattarsi attorno alle maggioranze nella speranza che la crisi passi e che lo faccia nel modo meno doloroso possibile, è una dinamica che — per quanto provvisoria — è comunque molto potente nel momento in cui si sviluppa. Non si spiega diversamente un altro dato emerso nei giorni scorsi: gli italiani pensano che il Governo italiano stia gestendo l’emergenza Covid-19 meglio (seppur di pochissimo) della Cina e della Germania. Chiaramente è ancora presto per dire se sia davvero così, ma alcuni numeri (quello dei morti, prima di tutto) sembrerebbero indicare il contrario.

2. Chi governa minimizzando il dato di realtà gode di un vantaggio minore.

L’effetto rally around the flag pare direttamente proporzionale alla presa in carico del problema: se i cittadini hanno paura, minimizzare non è la soluzione. Per paradosso, le cosiddette ‘misure draconiane’ come la restrizione degli spazi individuali di libertà in nome del distanziamento sociale appaiono assai meno impopolari rispetto alla mancata consapevolezza della gravità della situazione.

3. In momenti di crisi, l’appartenenza politica di chi governa non appare un fattore determinante.

In Italia capita che Conte, premier di un governo di coalizione teoricamente più di sinistra che di destra, abbia il 64% dei consensi personali e che contemporaneamente Zaia, sicuramente più di destra che di sinistra, cresca nel tasso di fiducia sebbene il suo partito di riferimento (la Lega), nonché il suo leader nazionale, siano in calo. Il consenso di chi governa (a livello locale o nazionale) dipende dunque dalla capacità di assumersi responsabilità e di saper prendere decisioni, anche controverse o riviste in corsa, molto più che dall’appartenenza a una specifica area politica.

4. I politici che ottengono visibilità con critiche a chi governa nel pieno di una crisi non ottengono vantaggi.

In Italia ci sono tre leader in maggiore difficoltà dal punto di vista del consenso personale e/o del proprio partito di riferimento: Salvini, Meloni e Renzi. Cos’hanno in comune? Tutti e tre sono presenti sui media per le loro note critiche rispetto al governo Conte, pur con toni e posizioni diverse (nel caso di Renzi, parliamo addirittura di un esponente della maggioranza). Al contrario Joe Biden è addirittura favorito dall’iperpresenza mediatica di Trump perché le sue posizioni critiche (piuttosto inevitabili, quando si è all’opposizione) emergono troppo poco. Non tutta la visibilità dunque è buona in politica e la tesi del ‘purché se ne parli’, già ripetutamente smentita dall’attualità e dalla storia, trova in questa circostanza la sua definitiva confutazione. Addirittura ci potremmo trovare davanti a un caso di proporzionalità inversa: Biden’s proving that the less media he receives, the better it is for his electoral prospects.” scrive Harry Enten sul sito della CNN.

In conclusione: cosa dovrebbe fare chi è all’opposizione in questo momento

Volendo provare a tirare le somme di ciò che sembrerebbe emergere dai dati, le conseguenze risultano essere piuttosto paradossali:

  1. Parlare il meno possibile e soprattutto evitare la ribalta mediatica classica (tv e giornali) il più possibile;
  2. Se proprio non si riesce a fare a meno di parlare, evitare di attaccare (e citare) chi governa ma battagliare piuttosto sull’opportunità di adottare singole misure, per poi intestarsele se funzionano;
  3. Aspettare che l’effetto rally around the flag si attenui, probabilmente in concomitanza con la riduzione dell’emergenza sanitaria e con l’emersione di quella economica prima di tornare a modelli di opposizione politica classici.

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Socio, comunicatore politico e pianificatore strategico dell’agenzia di comunicazione Proforma (www.proformaweb.it)

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